28 giugno 2021

Servizio civile e PNRR: tra inclusione sociale e competenze digitali*

Matteo Colombo


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Bollettino ADAPT 28 giugno 2021, n. 25

 

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dedica ampio spazio al servizio civile universale. Le ragioni di questa attenzione sono da ricercare negli attuali limiti e potenzialità che caratterizzano questo strumento. Attraverso di esso sono coinvolti in attività di volontariato giovani tra i 18 e 28 anni che grazie a questi percorsi svolgono un servizio che porta benefici alla collettività, mentre acquisiscono competenze – soprattutto trasversali – per il loro futuro professionale. Viene inoltre favorita la loro inclusione sociale, realizzata mediante il coinvolgimento diretto in contesti nei quali possono costruire relazioni significative, utili alla loro “attivazione” nella vita della comunità in cui operano: elementi che a fronte del sempre elevato tasso italiano di NEET e delle complesse transizioni tra scuola e lavoro fanno del servizio civile un percorso capace di migliorare sia l’occupabilità dei giovani che la coesione sociale. Nonostante un recente incremento delle risorse, i soggetti coinvolti sono ancora (relativamente) pochi: secondo alcuni dati forniti da INAPP, si parla di circa 52mila giovani nel 2018, pari a circa lo 0,77% della popolazione inclusa nella stessa fascia di età.

 

Numeri limitati la cui ragione non è da individuare nello scarso interesse per il servizio civile, dato che solitamente le domande di ammissione sono più del doppio dei posti disponibili, ma nelle risorse messe a disposizione. Il PNRR interviene su questo fronte stanziando 650 milioni per il triennio 2021-2023 per ampliare la platea di partecipanti e migliorare l’efficacia formativa dei progetti. Questo intervento si è reso particolarmente urgente anche e soprattutto per potenziare la presenza, a livello locale, di servizi di natura sociale: l’emergenza pandemica ha riportato in primo piano l’importanza strategica rappresentata dalla disponibilità di istituzioni vocate alla costruzione di reti di accompagnamento, inclusione e sostegno, efficaci nello smorzare i “costi sociali” della crisi e aumentare la resilienza dei territori.

 

Particolarmente interessante è anche il “servizio civile digitale”, annunciato lo scorso anno e il cui primo bando è già stato emanato lo scorso 12 maggio. Si tratta di un progetto sperimentale che ha l’obiettivo di fornire ai giovani competenze digitali che potranno poi mettere a disposizione delle istituzioni in cui saranno ospitati. L’idea è quella di fornire alle comunità dei veri e propri “facilitatori digitali” chiamati ad assistere soprattutto i cittadini con meno dimestichezza nell’utilizzo dei servizi online, costruendo così anche legami tra diverse generazioni.

 

Il PNRR sembra quindi andare nella direzione giusta, investendo su una misura dall’evidente valore formativo, occupazionale e sociale, utile ai giovani e alle comunità. Manca ancora – e nel Piano è solo accennato – un adeguato riconoscimento delle competenze ottenute all’interno di questi percorsi, che rappresentano una delle poche – se non l’unica – esperienza di apprendimento non formale offerta ai giovani. La disponibilità di un’efficace certificazione delle competenze potrebbe ulteriormente potenziare le capacità occupazionali del servizio civile e aumentarne l’attrattività, oltre che favorire una rinnovata consapevolezza sul valore formativo di queste esperienze di volontariato svolte al servizio della comunità.

 

Matteo Colombo

ADAPT Senior Research Fellow

@colombo_mat

 

*Pubblicato anche su Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2021

 




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